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Il clown

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Il Clown
(tratto da Era meglio morire da piccoli? Di Paolo Rossi... )



Questo spettacolo è dedicato a un clown

Allora c’era questo clown
e questo clown era un tipo felice
giuro che era un clown felice per davvero.
Questo clown aveva dentro un casino di colori
dico dentro, che non è facile.
Aveva i gialli, i verdi, gli arancioni
aveva i rossi tutti qui...
ma ce li aveva anche tutti intorno...
era un clown colorato
dentro e fuori dentro e fuori dentro e fuori...
E questo clown felice con tutti i colori dentro
con tutti i colori fuori voleva solo una cosa lui
voleva far ridere la gente.
E non è poca cosa
cazzo non è poca cosa
quando sei felice perché fai ridere la gente!
Insomma questo clown sudava e sudava
perché far ridere la gente non è mica come dirlo
e sudava ogni sera e si faceva un culo così.
Ogni sera lavorava per far ridere la gente.
Ogni sera lavorava per essere felice.
Questo clown faceva un numerino
una cosina precisa una cosina carina.
In questo numerino c’era lui
c’erano tutti i colori
e c’era una gallina.
Lui la ipnotizzava, la faceva fumare
e suonare con una trombetta comprata all’Esselunga
un motivetto dedicato ai suoi genitori
Cerignola, gemma del Mediterraneo.
Uno spettacolino davvero carino.
Peccato che nessuno ride.
Be’, insomma, non è che la gente non ride proprio
qualche risatina qua e là
un accenno di applauso
«comunque ci ho il mese più o meno pieno
sette birrerie due circoli Arci
cinque feste dell’Unità due della parrocchia
non mi posso lamentare»
questo pensa il clown.
Tutto quello che vuole è far ridere la gente.
Solo questo: far ridere la gente.
Ora dovrei raccontarvi il resto.
Dovrei raccontare che qualcosa
incominciò a turbare il nostro clown.
Non so se ve lo devo dire...
Erano cose impercettibili
quelle che succedevano durante lo spettacolino,
però a quelle cose là la gente rideva
- non moltissimo - ma rideva.
Rideva per queste piccole cose che succedevano
che però non erano mai i punti
in cui dovevano ridere.
Come quella volta
che la gallina ingoiò la sigaretta
e cominciò a starnazzare come un’oca
correndo e cercando aiuto per tutta la sala.

Be’ quella volta là
la gente si è piegata in due...
Per dire, piccole cose di questo genere
che non erano previste
che non avrebbero dovuto essere divertenti.
Ecco sono queste qui le cose che fanno innervosire
il nostro clown, che lo fanno incazzare
che forse è la parola più giusta
perché adesso i colori dentro
non sono più così brillanti
mentre lui prima ce li aveva questi colori
noi lo sappiamo
e lui era felice prima
perché voleva una sola cosa: far ridere la gente.
Così arriva il momento della convention...
C’è una convention di meccanici dentisti
insomma la odontotecnici
che lui aspetta da due mesi.
É difficile far ridere i meccanici dentisti.
I meccanici dentisti
hanno una deviazione professionale:
ridono poco se no gli si vede la dentiera
pensa che figura di merda se un collega vicino
vede che la tua dentiera è fatta male
basterebbe anche solo
un rivestimento o una capsula sbagliata
pensa che figura di merda.
E infatti erano tutti là con la bocca chiusa
erano tutti là e non succedeva niente
e il nostro clown sta uscendo di scena
sta partendo un applausino moscio
e lui sta girandosi un attimo per salutare
porca puttana che botta inciampa nella gallina
finisce lungo e disteso con la faccia a terra
si alza gli esce il sangue dal naso cazzo che male
adesso vede il pubblico
vede la gente scompisciarsi dalle risate
e chi se ne frega delle dentiere.
«Porca puttana li ho fregati.»
Però è sempre più nervoso
è sempre più incazzato perché adesso incomincia a capire molte cose.
E adesso incomincia a cambiare davvero
altro che colori!
Via tutto. Cambia lo spettacolo.
Via la gallina via la scala
tiene solo il Fiorino diesel
e ci carica sopra una ragazza.

La ragazza non fuma
e non ha bisogno di essere ipnotizzata.
Si compra un completo da arbitro - nero
con tanto di fischietto - nero
e sopra la testa si piazza
un cappello a cilindro - nero.
Patta aperta pallone sotto il braccio
ragazza sopra la scala - nera
dietro le quinte - nere
con un sacco di farina - nero
pronto a cascare dall’alto.
Pam! Al momento convenuto la ragazza
glielo molla in testa
un bel quindici chili di grano duro zero-zero
sulla capoccia.
Che botta ragazzi! Che scena!
Li faceva piegare in due
la gente a rotolarsi sotto i tavolini.
Pam! Pam!

Niente gialli, niente rossi, niente arancioni...
Pam! Pam! Pam!
Adesso c’era molto nero adesso c’era molto grigio.
Però la gente rideva
e tutto quello che lui desiderava
era di far ridere la gente.
Oddio, la gente rideva diciamo... abbastanza.
Non è poi che si scompisciassero così tanto.
Non è che era questo grande successo...
però ridevano. Punto e basta.
E poi, dai, anche i posti dove lo chiamavano
erano molto meglio. Basta provincia.
Adesso c’era Milano, c’era Roma...
posti piccoli, ma in grandi città.

Una sera che sono a Forte dei Marmi
- oh, dico a Forte dei Marmi, mica a Gabicce -
una sera di gran gala
che c’era anche la televisione
una sera con la crème de la crème...
be’ quella sera là... Pam! Un Pam bestiale
- che era già nel sottofinale... -
viene giù secco il sipario
e gli cade proprio qui in mezzo alla nuca.
Lui si schianta per terra lungo e disteso.
Niente, troppo... lui era finito. Basta.
Questa volta si sente ferito nel più profondo...
«Mancare il finale della farina
proprio un attimo prima...»
Cerca di alzarsi... ricade... prova ancora...
cade di nuovo... guarda il pubblico con disprezzo
lo guarda con paura lo guarda bene...
Oh cazzo. Ma cosa succede...
In mille che si rotolano per tutta la platea...
non li riesci a tenere e chi li ferma più
e ridono ridono a crepapelle...
il più grande successo del mondo !
Cazzo di una porca puttana
li aveva proprio divertiti!
Ora però basta, questa è l’ultima volta
pensa lui.
Questa volta ho capito
questa volta è troppo tardi.
Stop. Finisc. Questa volta ho capito
ed è troppo tardi.
E pensare che tutto quello che voleva fare

era di far ridere la gente.


E mentre rientra nel camerino
dicendosi «è l’ultima volta»
sente una risata terribile e clamorosa.
Non aveva mai sentito una risata così.
Era il suo impresario: «Cos’hai detto?
Che è l’ultima volta? Col cazzo.
Hai tre anni di tournée, un’esclusiva tv e sei film da fare.
E poi se vuoi ne riparliamo».
Il clown poteva rispondere in due modi:
poteva mandarlo... o poteva aspettare
e dopo tre anni tornare nel primo locale della gallina
e fare il numero del sipario.
Io so quale strada sceglie il nostro clown,
però non so se ve lo devo dire.

Anzi, non ve lo dico.

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