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Una città chiamata Felicita - di Yves Trehin
C'era una volta una piccola città chiamata Felicita. Ogni anno nel giorno di San Bonheur, Felicita organizzava una fiera d'un genere un po' particolare. I Commercianti esponevano un insieme di beni e di servizi tra i più moderni, predisposti per suscitare gioia in grandissima quantità. E tantissima gente venuta dai quattro angoli d'Europa, si presentava alle porte della città nel giorno dell'inaugurazione della fiera. Secondo la tradizione, la persona che l'anno precedente aveva vinto il primo premio alla grande tombola, inaugurava la fiera, e questo favoriva la grande affluenza della gente. Ogni biglietto d'entrata era numerato e questo dava a ciascuno pari opportunità di vincere un campione tra i migliori beni e servizi disponibili tra quelli esposti in fiera.
Il vincitore dell'anno precedente, anno di grazia 1826, tagliò il nastro ufficiale e ne donò un pezzo al borgomastro che presiedeva la cerimonia. Mastro Giacomo aveva avuto questa rara possibilità di vincere la grande tombola; ed eccolo dunque che se ne era ritornato alla sua vita di tutti i giorni con una gioia nel cuore che mai avrebbe potuto sospettare di poter avere dodici mesi prima. L'anno appena passato l'aveva spossato; lui, di natura così calmo, era stato stravolto da una tempesta di vita, di cui il solo ricordo gli dava il giramento di testa. Il susseguirsi di tutti avvenimenti gli ritornò alla memoria. Dapprima ci fu la sorpresa. E poi immediatamente l'incredulità assai più della contentezza nel capire che il numero vincente era il suo. Lui che non aveva mai vinto niente in tutta la sua vita, era il fortunato vincitore della grande tombola. Lui era l'uomo che tutta la gente sognava di essere. Bisogna subito dire che il premio assecondava ogni desiderio.
Il maestro delle cerimonie dopo aver conclamato cifra dopo cifra il numero magico, il suo numero, invitò l'estasiato vincitore a salire vicino a lui sul podio e a farsi conoscere.
Mastro Giacomo si aprì un passaggio tra la gente, sentendo gli occhi di tutti sulle sue spalle, mentre via via che si avvicinava al podio un sorriso sempre più largo gli illuminava il volto Mastro Giacomo sembrava l'incarnazione della felicità. Come appollaiato su una piccola nuvola, Mastro Giacomo ascoltò il maestro delle cerimonie invitarlo a scegliere nei tre tradizionali settori della felicità: la ricchezza, il potere e l'amore.
I commercianti di ricchezza gli presentarono i loro tesori. Gioielli, pietre preziose, opere d'arte che rivaleggiavano per bellezza e tentazione. Mastro Giacomo capì subito che scegliere era un'arte difficile. Decise finalmente per un quadro dipinto da un artista del quattrocento italiano a cui aggiunse una collana d'oro meravigliosamente cesellata ed ornata di pietre preziose. Così pensò d'essersi appropriato dei simboli della ricchezza. Gli esperti in "potere" gli chiesero dunque di fare la sua scelta. Per tutto l'anno successivo. Mastro Giacomo scelse senza esitazione di essere il magistrato della confraternita a cui apparteneva, quella dei geometri e agrimensori. Aveva sempre sognato di essere così riconosciuto dai suoi colleghi ed il sogno si stava realizzando.
All'abito dei potenti si attaccano le medaglie ed la sua collana preziosa avrebbe dato all'insieme le giuste insegne del suo rango.
Poi arrivarono gli specialisti dell'amore. Mastro Giacomo fu annebbiato dalla bellezza della fanciulla che gli fu proposta come sua compagna per il prossimo anno. Dimenticò come per magia la sua moglie ed i suoi figli perché la legge di Felicita sospendeva i suoi obblighi di marito e di padre durante l'anno della sua vittoria. Infatti per la famiglia di Mastro Giacomo, il tempo restava sospeso per un intero anno, per dodici mesi fino alla prossima fiera. La legge decretava che anche i parenti del vincitore ignorassero del tutto la felicità del loro congiunto. Questo era il prezzo da pagare per essere felici.
La vita di Mastro Giacomo fu così trasformata. Fu onorato, invitato a tutte le feste della città. Prese delle decisioni importanti per la sua carriera , visse giornate appassionate e notti di intensa voluttà con la donna dei suoi sogni, esperta com'era dei giochi dell'amore lo faceva vivere in un continuo incantamento ed a lui non restava che goderne.
Tuttavia nello scorrere del tempo, l'entusiasmo calava e saliva la noia. Mastro Giacomo si sorprese a pensare sempre più spesso alla sua moglie ai suoi figli; moglie e figli congelati nell'altro mondo, sospesi nel tempo fino al suo ritorno. Ai dolci piaceri della sua vita mancava quella complicità di affetti che lo univa a sua moglie dopo tanti anni di matrimonio. I momenti condivi tra gioie e dolori avevano forgiato un legame quasi soprannaturale. Una capacità di intendersi che lasciava indovinare i pensieri l'uno dell'altra senza bisogno di parole.
Mastro Giacomo cominciò anche a filosofare: forse era lì l'essenza del sentimento dell'amore che col passare del tempo si faceva sempre più luce in maniera del tutto paradossale. Proprio quando l'amore, strapazzato dall'abitudine sembra inaridirsi col passare del tempo, proprio allora si rivela sempre più intenso, magari avanzando l'idea che la persona amata avrebbe potuto non esserci più. Mastro Giacomo si ricordò di quel giorno in cui la moglie ed i figli partiti per un piccolo viaggio tardarono a tornare. Era loro accaduto qualche disgrazia? Via via che passava il tempo, e vieppiù si accumulava il ritardo, la sua inquietudine si faceva sempre più forte fino al punto di essere ossessionato che stesse per perdere la sua ragione di vita.: in una parola perdere la sua felicità.
Felicità: questa grande parola perdeva sostanza. Come poteva Mastro Giacomo, garantito dall'avere a disposizione i migliori beni ed i più importanti servizi offerti dal mercato della vita, non sentirsi felice? Di questo in ogni caso non poteva incolpare gli organizzatori della fiera. Da parte loro c'era da aspettarsi che gli intimassero di tacere La felicità che si era guadagnato era dunque solo artificiale? Sapeva che questi dubbi non lo avrebbero mai abbandonato, imbrogliando in una matassa tutti i suoi piaceri, tutta la sua gioia cominciando dal piacere di aver vinto per la prima volta il premio.
La sua compagna da sogno si accorse ben presto della infelicità di Mastro Giacomo, e se ne meravigliò con lui. Era forse colpa sua e non era stata così brava da soddisfare i suoi desideri? Mastro Giacomo la rassicurò, e le disse " Non tu non c'entri per niente. Accade semplicemente che non posso dimenticarmi di mia moglie e dei miei figli che sono rimasti nell'altro mondo. Guarda, noi condividiamo il nostro tempo e non so neppure come ti chiami !"
La donna dei suoi sogni rispose prontamente " Ti capisco. Succede spesso con molti vincitori. Il mio nome è Gaia. Può sembrarti un nome originale, ma nel mio pianeta è un nome molto comune"
" Nel tuo pianeta? Di che pianeta parli? Da dove diavolo vieni?!" chiese inquieto Mastro Giacomo.
" Posso dirtelo, se vuoi, a patto che tu mantenga assolutamente il segreto"
" Te lo giuro! Parola di geometra agrimensore!"
" Bene! Vengo da un pianeta che si chiama Illusio. Il nostro mondo è situato nella galassia d'Andromeda, vicina alla vostra galassia, la via Lattea. Andromeda è una galassia molto simile alla vostra, e Illusio vi occupa lo stesso posto della Terra nella via Lattea. Infatti Illusio è simmetrico alla Terra in rapporto ad un asse siderale nord-sud."
Mastro Giacomo restò di sasso. Il suo mestiere gli aveva dato il senso dei volumi in uno spazio a tre dimensioni e si vantava d'avere un buona visione dello spazio: ma tutto ciò superava ogni limite!
Gaia commossa gli dette altri dettagli " Si, Illusio è simmetrico alla Terra. E questo non soltanto per la posizione geografica: Da noi tutto è al contrario di quanto sia sulla Terra. Se sulla Terra il dolore è assai più comune di quanto non sia la felicità, su Illusio è la felicità che raccoglie tutte le attenzioni. Ed è per questo che da molti secoli gli organizzatori di questa fiera ci chiedono i nostri servizi"
La curiosità di Mastro Giacomo si fece accesa ed interrogò Gaia su quale felicità regnava su Illusio. Di che natura era? Gaia rispose con amore a questa domanda. " E' assai semplice. Su Illusio la felicità è eterna e noi ne siamo assolutamente coscienti: noi sappiamo che ogni istante della vita è un dono di felicità. Presso di noi nessuno vive nella speranza di un ipotetico futuro migliore. Il presente è già il migliore, così com'è. Noi non rimpiangiamo mai il passato perché il nostro presente è sempre migliore di qualsiasi momento di piacere e di dolcezze già vissute."
Incredulo Mastro Giacomo disse " Certo che dovete annoiarvi! Ma come è possibile vivere senza sperare!?"
" La speranza fa vivere, dite qui sulla Terra. Ma questo non ha valore, perché voi proiettate nel futuro una vostra incerta felicità e questa proiezione vi nasconde la realtà della felicità perché non sapete mai riconoscerla."
Mastro Giacomo di sentì partecipe di questa logica di ferro.
" Si, disse, è vero è difficile riconoscere la felicità quando ti appare. Bisogna averla persa per riconoscerla, cosicché noi siamo condannati a sperare che ritorni. Da noi sulla Terra la felicità si coniuga al passato o al futuro ma mai al presente. In questo noi siamo assai simmetrici a Illusio dove la felicità la s'intende solo che al presente."
Gaia commentò dicendogli che finalmente cominciava a capire. Tuttavia Mastro Giacomo aveva ancora qualche obiezione da proporre a Gaia ed alla sua filosofia..
" Ma infine, su Illusio non potrete mica essere felici in eterno! Infatti la felicità la si misura solo sulla base dei dolori che si sono vissuti,"
Al che, Gaia sorrise dolcemente " Ricorda, Mastro Giacomo, che noi vi siamo simmetrici. Se da voi sulla Terra tutto si misura relativamente, da noi misuriamo il tutto in assoluto. La felicità basta. Non c'è bisogno di niente, di nessuna leva per farla apparire. Noi sappiamo apprezzare le cose semplici per il loro giusto valore. Sono loro che contribuiscono a comporre la felicità. In fondo la felicità è un mosaico di piccole gioie ben predisposte. Il segreto sta nella nostra capacità di comporre il puzzle."
Questa volta Mastro Giacomo fu pienamente convinto, ed il suo spirito matematico se ne uscì arricchito, dalle parole di Gaia.
" Finalmente! La felicità è una formula: una somma di piccole elementari felicità alla quale ciascuno deve aggiungere un'addendo che nasce da se stesso come individuo."
Cominciò a pensare, Mastro Giacomo, nuovamente con la sua piccola filosofia sul sentimento dell'amore. La tenera complicità, essenza stessa dell'amore, non può nascere che dalla comunione d'intenti, anzi per essere felici questa comunione è condizione assolutamente indispensabile. Non c'è vera felicità senza partecipazione. La felicità non può essere egoista, correrebbe il rischio di essere solo un surrogato.
Ripensando alla sua lettura matematica, Mastro Giacomo concluse " La vera felicità è una somma di piaceri semplici coscientemente vissuti ed insieme goduti tra persone unite da legami d'amore e d'amicizia"
Improvvisamente s'udì un grandissimo clamore che dichiarava per acclamazione il nuovo vincitore riportando Mastro Giacomo alla realtà, e fu così che apprezzò con grande piacere il suo momento di ritorno alla stato di semplice cittadino. Gli mancava solo di comunicarlo a sua moglie ed a ai suoi figli per trasformare questo momento, secondo il suo pensiero, in vera felicità.
Disgraziatamente questo non gli era permesso dalla legge di Felicita. I suoi parenti non avrebbero mai saputo che la loro vita era stata messa tra parentesi per un intero anno. Fu così che dodici mesi di felicità si concludevano nell'impossibilità di godere una vera felicità.
Mastro Giacomo smise di pensare all'anno appena passato, per godere appieno dell'immenso calore dell'idea di aver ritrovato la sua famiglia. Sua moglie l'accolse come al solito, con il suo solito saluto " Buona sera, marito mio, hai avuto una buona giornata?"
Mastro Giacomo sorrise e rispose " Molto bene, forse un tantino faticosa"
Il calendario sopra il caminetto indicava il giorno di San Bonheur, anno 1827. Mastro Giacomo vide che il volto di sua moglie non aveva una ruga di più. Lasciò la tavola da pranzo con i bimbi e sua moglie e nella quiete della sua poltrona, chiuse gli occhi. Ascoltò il pendolo che sgranando i secondi suonava un tic tac regolare, quasi dicesse fe-li-ci-tà, fe-li-ci-tà….